Ortica
L
Perché mai è così tragica la vita; così simile a una striscia di marciapiede che costeggia un abisso. Guardo giù; ho le vertigini; mi chiedo come farò ad arrivare alla fine. Ma perché mi sento così: ora lo dico non lo sento più. Il fuoco arde; stiamo andando a sentire l’Opera del mendicante. Eppure è intorno a me; non riesco a chiudere gli occhi. È una sensazione d’impotenza; di non fare nessun effetto. Eccomi seduta qui a Richmond, e come una lanterna posta in mezzo a un campo la mia luce si leva nell’oscurità. La malinconia diminuisce mentre ne scrivo. Perché dunque non ne scrivo più spesso? Be’, la vanità lo impedisce. Voglio apparire una donna riuscita, anche ai miei stessi occhi. Eppure non riesco ad andare al fondo di questa faccenda. È il non aver bambini, vivere lontana dagli amici, non scrivere abbastanza bene, spendere troppo per il mangiare, invecchiare. Penso troppo ai come e ai perché, troppo a me stessa. Non mi va che il tempo mi svolazzi intorno battendo le ali. Bene, lavora, dunque. Sì, però mi stanco così presto di lavorare: posso leggere soltanto un poco, e un’ora di tavolino è già troppo. Quaggiù nessuno viene a trovarmi, ad ammazzare il tempo piacevolmente. E se lo fanno mi arrabbio. La fatica di andare a Londra è troppo grande. I ragazzi di Nessa crescono, e io non posso invitarli per il tè o portarli allo zoo. Il mio assegno per le piccole spese non consente molto. E tuttavia sono persuasa che queste siano inezie; è la vita stessa, penso talvolta, che per quelli della nostra generazione è così tragica; non un titolo di giornale senza il suo grido di agonia per qualcuno. Questo pomeriggio McSwiney e le violenze in Irlanda; oppure sarà lo sciopero. Infelicità dappertutto; appena oltre la soglia; o stupidaggine, che è peggio. Eppure non riesco a strapparmi quest’ortica da dentro. Riprendere a scrivere La camera di Jacob rianimerà le mie fibre, lo sento. Deve venire Evelyn; ma non mi piace quello che scrivo ora. E con tutto ciò, come sono felice; se non fosse per questa sensazione che sia solo una striscia di marciapiede che costeggia un abisso.
Virginia Woolf, Diario di una scrittrice
